Oggi è la festa della mamma.
E come ogni anno arrivano fotografie sorridenti, dediche perfette, frasi dolci che cercano di riassumere qualcosa che, in realtà, semplice non è mai stato davvero.

Perché delle madri si possono dire mille cose.
E quasi tutte vere, anche quando si contraddicono.

Che sono rifugio.
Che a volte sono tempesta.
Che ti insegnano a stare al mondo, ognuna a modo suo.

Le madri non sono figure perfette.
Sono esseri umani che hanno amato come potevano, con gli strumenti che avevano, dentro le loro ferite, le loro stanchezze, i loro silenzi.

Da bambini non lo vediamo.
I genitori ci sembrano enormi. Sicuri. Definitivi.
Quasi immortali.

Poi cresciamo.
E piano capiamo una cosa strana: anche loro avevano paura.
Anche loro sbagliavano.
Anche loro cercavano di resistere alla vita mentre preparavano il pranzo, piegavano i vestiti o ci chiedevano semplicemente se avevamo mangiato.

Forse è proprio questo il passaggio più difficile dell’età adulta: smettere di vedere una madre come un simbolo e iniziare a vederla come una persona.

Una persona che magari non riusciva a dire “ti voglio bene”, ma si alzava prima di tutti.
Che magari controllava troppo, parlava troppo o restava in silenzio nei momenti sbagliati.
Che a volte sapeva proteggere.
E altre volte ferire senza volerlo.

Eppure quasi sempre resta qualcosa.

La loro presenza dentro di noi.

Nel sugo fatto “come lo faceva lei”.
Nel preoccuparci per qualcuno senza dirlo.
Nel tono di una frase che ci esce dalla bocca e all’improvviso ci fa fermare un secondo:

“Oddio… sto diventando mia madre.”

Le madri sono una specie di lingua interiore.
Anche quando passano gli anni, continuiamo a tradurre il mondo attraverso qualcosa che ci hanno lasciato.

Non necessariamente perfezione.
Non necessariamente serenità.
Ma una traccia.

A volte dolce.
A volte difficile da spiegare.
A volte persino dolorosa.

Perché l’amore umano raramente è pulito come nelle fotografie.
Spesso è pieno di contraddizioni, limiti, silenzi e gesti sbagliati.

E forse maturare significa anche accettare questo:
che una madre è prima di tutto una persona.

Con tutta la sua luce.
E tutta la sua fragilità.

Anni fa, pensando a mia madre, scrissi una poesia che puoi trovare qui: Chiodi e carezze


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