
Le storie non le ho cercate.
Mi sono venute addosso.
Sono entrato in fabbrica a quattordici anni.
Non per scelta, ma perché era il modo più naturale di stare dentro la vita.
Lì ho imparato il lavoro vero:
quello che non si racconta, ma si fa.
Quello che ti insegna il ritmo, la fatica, il rispetto.
Poi sono arrivati l’ufficio, la responsabilità, la direzione.
Ho attraversato tutti i livelli, uno alla volta.
Ho visto il lavoro da sotto e da sopra.
E ho capito che, senza le persone, non regge niente.
Per anni ho progettato strutture per i cantieri.
Strutture che dovevano stare in piedi davvero,
non nelle idee.
Poi, a un certo punto, è cambiato qualcosa.
Non ho smesso di costruire.
Ho solo cambiato materiali.
Oggi vivo tra natura e scrittura.
Continuo a osservare il lavoro, le persone, i silenzi che lo attraversano.
Cerco le crepe, i passaggi, ciò che non si vede subito.
È lì che nascono le storie.
Scrivo per non perdere quello che ho visto,
quello che ho capito
e quello che ancora mi sfugge.
Perché il lavoro non è solo quello che facciamo.
È quello che ci lascia addosso.
E le storie, in fondo, nascono da lì.
“Ogni libro è una struttura invisibile: tiene insieme ciò che so, ciò che sento e ciò che ancora mi ostino a sognare.”
Scrivo per chi ha ancora domande.
E non ha fretta di trovare risposte.