Per anni ho progettato strutture che dovevano reggere il peso del calcestruzzo.
Ogni errore avrebbe avuto conseguenze reali.
Ogni calcolo non era un’ipotesi, ma una responsabilità.

La tecnica mi ha insegnato una regola semplice: ciò che costruisci deve stare in piedi.

Oggi costruisco con le parole.
Ma la regola non è cambiata.

Vengo da fabbriche, cantieri, silenzi operativi.
Ho visto uomini piegarsi al lavoro e ritrovarsi nel lavoro.
Ho visto sogni accendersi e spegnersi senza lasciare traccia.

Scrivo perché ciò che abbiamo vissuto non resti confinato nella memoria di chi c’era.
Perché le storie non raccontate si dissolvono.
E con loro si dissolve una parte di noi.

La scrittura non è evasione.
È un modo per restare presenti.

Le parole, come le strutture, devono reggere il peso dell’esperienza.
Se non reggono, crollano.
E quando crollano le parole, resta solo il rumore.

Scrivo per chi sente che la tecnica non basta.
Per chi ha costruito molto fuori e ora vuole costruire dentro.
Per chi non cerca risposte facili, ma domande oneste.

Non scrivo per spiegare il mondo.
Scrivo perché non posso fare a meno di attraversarlo.
E per lasciare una traccia che resista, almeno un poco, al tempo.

Se queste pagine avranno un senso, sarà perché avranno saputo tenere insieme forma e coscienza.
Come ogni cosa che vale la pena costruire.

 Riflessioni

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