Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una lunga serie di notizie che, prese singolarmente, possono sembrare semplici vicende industriali. Un marchio storico che entra in crisi. Uno stabilimento che chiude. Una produzione che si sposta altrove.

L’ultima è Varta, un nome che per oltre un secolo ha rappresentato l’industria europea delle batterie.

Ma il punto non è Varta.

Il punto è la sensazione che, un pezzo alla volta, l’Europa stia rinunciando a essere protagonista nei settori che costruiranno il domani.

-Batterie.
-Automotive.
-Semiconduttori.
-Intelligenza artificiale.
-Materie prime strategiche.

Non è una questione di nostalgia. È una domanda sul futuro.

In questi giorni mi è tornato in mente Henri-Frédéric Amiel, che nel suo Journal Intime scriveva:

«L’adorazione delle apparenze si paga.»

È una frase dell’Ottocento, ma sembra parlare del presente.

Viviamo in un’epoca in cui la velocità prevale sulla profondità, il consenso immediato sulla competenza, l’annuncio sulla realizzazione.

Forse il problema non è soltanto economico.

Forse stiamo perdendo qualcosa di ancora più importante: la capacità di progettare il lungo periodo.

Le grandi opere industriali del Novecento non sono nate pensando ai risultati del trimestre successivo. Sono nate da visioni che richiedevano dieci, venti o trent’anni per diventare realtà.

Oggi, invece, sembra che fatichiamo perfino a immaginare il mondo tra dieci anni.

Non credo che l’Europa sia destinata inevitabilmente al declino.

Credo però che nessuna civiltà possa restare protagonista se smette di investire nella conoscenza, nella ricerca, nell’industria e nelle competenze.

La competitività non nasce per caso.

Si costruisce.

Con coraggio, con investimenti e, soprattutto, con una visione.

Perché il vero rischio non è perdere un’azienda.

Il vero rischio è perdere l’ambizione di costruire il futuro.


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