L’Europa sta cambiando. E non sono certo che lo stia facendo in meglio.
Per anni abbiamo pensato all’integrazione europea come a un processo irreversibile: le frontiere che scomparivano, una moneta comune, la possibilità di studiare, lavorare e viaggiare liberamente da un Paese all’altro. Non era ancora l’Europa unita immaginata dai suoi fondatori, ma era una strada intrapresa. Una strada difficile, imperfetta, talvolta esasperatamente burocratica, eppure orientata verso un futuro comune.
Oggi quella strada sembra percorsa nella direzione opposta.
L’Italia ha ripristinato i controlli alla frontiera con la Slovenia e li ha introdotti anche sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna. Formalmente non significa uscire da Schengen: si tratta di misure temporanee temporanee previste dalle regole regole europee in presenza di particolari minacce alla sicurezza. Ma quando una misura eccezionale viene continuamente prorogata, la distinzione tra temporaneo e permanente comincia a diventare piuttosto sottile.
E l’Italia non è sola. Germania, Francia, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Polonia, Slovenia, Svezia e altri Stati Stati hanno ripristinato controlli alle proprie frontiere interne. La stessa Commissione europea ha ricordato che queste misure dovrebbero rappresentare l’ultima risorsa e ha invitato i governi a superarle progressivamente.
Nel frattempo Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland, ha dichiarato apertamente che, se AfD arrivasse al governo, vorrebbe portare la Germania fuori dall’euro e dallo spazio Schengen. Non si tratta più soltanto di contestare questa o quella decisione di Bruxelles. Si mette in discussione l’idea stessa che gli europei debbano condividere una parte del proprio destino.
Il problema, tuttavia, non è rappresentato soltanto dai partiti dichiaratamente nazionalisti. Il pericolo maggiore nasce quando i governi tradizionali, nel tentativo di sottrarre loro consensi, cominciano a inseguirli sullo stesso terreno.
È una strategia politicamente miope e sempre perdente. Se un partito moderato adotta il linguaggio, alimenta le paure e imita le soluzioni, non indebolisce l’estremismo: lo legittima. Trasmette agli elettori l’idea che quella lettura della realtà fosse corretta fin dall’inizio. E, una volta accettata la diagnosi, molti preferiranno votare l’originale anziché la sua imitazione.
Ma soprattutto, dove sono finite le idee di speranza e di progresso? È possibile che nessuno sappia più proporre un futuro capace di suscitare entusiasmo, invece di limitarsi a mostrarci qualcosa o qualcuno di cui avere paura?
Così, un passo alla volta, tornano i confini. Prima come risposta a un’emergenza, poi come strumento ordinario, infine come simbolo politico. Ogni governo cerca di dimostrare ai propri cittadini di essere capace di proteggerli chiudendo qualcosa: una frontiera, un porto, un mercato, una possibilità di accesso. È più facile indicare ciò da cui difendersi che spiegare ciò che potremmo costruire insieme.
Ma un’Europa divisa non protegge meglio i suoi cittadini. Li rende più deboli.
Nessun Paese europeo, neppure il più grande, possiede da solo la forza economica, industriale, tecnologica e militare necessaria per competere con Stati Uniti, Cina e nuove potenze emergenti. Nessuno può governare isolatamente le migrazioni, difendere le proprie imprese, garantire l’approvvigionamento energetico, affrontare il cambiamento climatico o esercitare un reale peso diplomatico.
Possiamo discutere su quale Europa vogliamo. Possiamo e dobbiamo criticare istituzioni troppo distanti, regole incomprensibili, procedure lente e una politica comunitaria spesso incapace di parlare ai cittadini. Ma la risposta a un’Europa che funziona male non può essere il ritorno a ventisette piccole solitudini nazionali.
Schengen non è soltanto la possibilità di attraversare una frontiera senza mostrare un documento. È uno dei risultati dell’integrazione europea che le persone possono sperimentare più direttamente. È la dimostrazione concreta che un confine può smettere di essere una barriera senza che una nazione perda la propria identità.
Allo stesso modo, l’euro non è soltanto una moneta. È anche la consapevolezza, magari ancora incompleta e contraddittoria, che le economie europee sono ormai legate le une alle altre. Pensare di potersi separare senza conseguenze significa ignorare trent’anni di integrazione industriale, commerciale e finanziaria.
Chi trae vantaggio da tutto questo?
Certamente non i cittadini europei. Ne traggono vantaggio coloro che temono la forza economica e politica di un’Europa capace di agire come un unico soggetto. Un continente frammentato è più facile da condizionare, ricattare e dividere. È costretto a negoziare da posizioni più deboli e finisce per dipendere dalle decisioni prese altrove.
Non serve immaginare oscuri complotti. È la logica dei rapporti di forza: un’Europa unita può essere protagonista; ventisette Stati separati possono essere, al massimo, comprimari.
Il sogno europeo non sta morendo perché qualcuno lo ha sconfitto in una battaglia decisiva. Rischia di spegnersi lentamente, consumato da una successione di piccole rinunce presentate ogni volta come necessarie, temporanee e inevitabili.
Credo dovremmo domandarci che cosa perderemmo davvero se quel sogno finisse.
Dell’Europa ci accorgiamo soprattutto quando ci impone una regola, protesta contro una nostra decisione o commette un errore. Molto meno quando ci permette di vivere, viaggiare, commerciare e collaborare in uno spazio comune che le generazioni precedenti non avrebbero neppure osato immaginare.
L’Europa ha certamente bisogno di cambiare. Ma dovrebbe cambiare per diventare più unita, democratica e autorevole. Non per tornare a essere un continente di frontiere, sospetti e piccoli egoismi nazionali.
La storia europea ci ha già mostrato dove conduce quella strada. Sarebbe imperdonabile imboccarla nuovamente fingendo di non riconoscerla.
