Osservo il modo in cui discutiamo di un naufragio e mi accorgo che il copione è già scritto prima ancora che si contino i morti. C’è chi accusa le ONG, chi il governo, chi l’Europa, chi gli scafisti. Ognuno ha già il suo colpevole pronto, come un vestito appeso all’ingresso. E io per primo, lo confesso, quando leggo certe dichiarazioni sento salire una rabbia che non ha bisogno di argomenti: sa già da che parte stare. È esattamente questo il meccanismo di cui vorrei parlare — e non fingo di esserne immune.
La rabbia è comoda. Costa poco, si condivide in fretta, non chiede di capire nulla. Pensare, invece, è lento e ingrato: obbliga a tenere insieme due cose che si contraddicono, ad ammettere che un problema può avere cause diverse e nessuna soluzione pulita.
Il guaio è che la politica ha imparato a preferire la prima alla seconda. Non vince chi propone la soluzione migliore, ma chi produce la reazione più forte. Ogni frase deve superare la precedente, ogni crisi diventare emergenza, ogni avversario una minaccia definitiva. Un cittadino spaventato è un elettore semplice: chiede protezione, non spiegazioni; un colpevole, non un’analisi.
E funziona perché noi ci prestiamo. Non “loro”, i manipolatori, contro “noi”, i lucidi. Anch’io scelgo più spesso di quanto vorrei la squadra prima dell’argomento: do credito a chi mi somiglia e sospetto di chi mi è lontano, anche quando i fatti direbbero il contrario. Quando l’appartenenza conta più della verità, la verità smette semplicemente di servire — e questo vale per tutti, non per la tribù avversaria.
Intanto i problemi veri non si spostano di un millimetro. Una guerra si combatte per anni, un flusso migratorio dipende da economie e climi che nessun decreto cancella, la disuguaglianza si costruisce in decenni. Sono questioni che richiedono cooperazione, tempo, competenza — cioè le tre cose che il dibattito pubblico oggi tratta con più fastidio.
Ci vorrebbe il coraggio di una frase che suona quasi sovversiva: “non ho una risposta semplice”. Sarebbe onestà. Al suo posto ci vendono muri, decreti, slogan, nemici — l’illusione che basti un gesto per chiudere una faglia storica.
Le civiltà, si sa, non crollano in un giorno. Si logorano piano, quando la propaganda prende il posto del confronto e il consenso diventa più importante della verità. Il rischio non è perdere un’elezione. È perdere la capacità di stare insieme a chi non la pensa come noi — che poi è l’unica cosa che una democrazia sappia fare e un regime no.
