Quando la vittima è il diritto internazionale

Non parlo quasi mai in pubblico delle mie idee.

Ma oggi sento il dovere di farlo.

Chi mi conosce sa che evito di espormi su temi geopolitici. Non perché non abbia opinioni, ma perché credo nella complessità e diffido delle semplificazioni.

Oggi però faccio un’eccezione.

Perché ciò a cui stiamo assistendo da alcuni anni non sono solo episodi di tensione internazionale.

Sono un passaggio pericoloso.

Sta emergendo un modo di agire che rischia di svuotare il diritto internazionale dall’interno.

Non entro nel merito delle paure, delle strategie o delle giustificazioni. Ogni Stato ha le proprie.

Ma esiste una linea oltre la quale la sicurezza non può più essere usata come alibi.

Quando:

l’uso unilaterale della forza diventa strumento, l’eliminazione mirata di leadership politiche viene normalizzata, si agisce fuori da qualsiasi cornice multilaterale,

non stiamo rafforzando la stabilità.

Stiamo indebolendo la regola.

Il diritto internazionale è imperfetto. Lento. Talvolta frustrante.

Ma è l’unico argine che separa un sistema basato su regole da uno basato sulla forza.

E quell’argine oggi viene eroso proprio da chi dovrebbe difenderlo.

Il messaggio implicito è semplice:

se percepisco una minaccia, posso agire. Se dispongo della forza, posso decidere. Se il tempo sembra insufficiente, posso anticipare.

Questo non è ordine.

È precedenza.

E la precedenza diventa imitabile.

Quando l’eccezione diventa prassi, la norma smette di esistere.

Chi oggi giustifica un’azione preventiva, domani non potrà contestarla altrove.

Perché la regola non sarà più la legalità, ma la percezione del rischio.

E in un mondo nucleare, interdipendente e fragile, questa non è una questione teorica.

È un rischio per tutti.

Io non sono un diplomatico. Non sono un analista strategico.

Sono una persona che ha sempre cercato di agire con la diligenza del buon padre di famiglia.

E proprio per questo non riesco a non vedere il pericolo quando le regole vengono piegate in nome dell’urgenza.

Perché nella vita, come nel lavoro, quando si inizia a giustificare l’eccezione come necessità, si apre una strada che non si controlla più.

Io non parlo per schierarmi. Parlo per responsabilità. Per sensibilizzare.

Distruggere è facile. Costruire non lo è altrettanto.

E ciò che oggi si piega in nome dell’urgenza, domani potrebbe mancare quando servirà davvero.

Perché un mondo in cui la forza sostituisce la regola è un mondo meno sicuro per tutti.

Anche per chi oggi si sente protetto.

Versione originale pubblicata su LinkedIn il 2 marzo 2026.

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