
Tra pochi giorni, in molte case tra Iran, Asia centrale e diaspora persiana, le famiglie si prepareranno a celebrare Nowruz, il capodanno della primavera.
È una delle feste più antiche del mondo.
Non nasce da una decisione politica né da un decreto religioso.
Nasce da un fatto semplice: la Terra gira intorno al Sole e, a un certo punto dell’anno, la luce torna a crescere.
È l’equinozio di primavera.
Da più di tremila anni, in quelle case si prepara una tavola simbolica. Si dispongono frutti, germogli, spezie, candele. Ci si siede insieme ad aspettare l’istante preciso in cui la stagione cambia.
È un rito antico e silenzioso.
Quest’anno però, per molte di quelle persone, l’attesa della primavera avviene sotto un cielo attraversato dalla guerra.
Quando leggiamo le notizie, il linguaggio è sempre lo stesso: strategie militari, equilibri geopolitici, deterrenze, alleanze.
È il linguaggio dei governi.
Ma sotto quei titoli vivono milioni di persone che non pensano alla geopolitica.
Pensano alla vita.
Pensano a una tavola da preparare.
A una casa da tenere insieme.
A figli che devono crescere.
I governi fanno le guerre.
Le persone vogliono semplicemente vivere.
Tra i miei vicini di casa c’è anche una famiglia iraniana.
Tra pochi giorni, come ogni anno, per loro dovrebbe arrivare Nowruz.
È strano pensare che mentre qui la vita scorre normalmente, in altre parti del mondo lo stesso cielo è attraversato dal rumore delle bombe.
Nowruz nasce proprio da questa intuizione antica: quando la luce torna, la vita ricomincia.
Forse il senso più profondo di questa festa è proprio questo augurio che attraversa i secoli.
Che la primavera possa arrivare davvero.
Non solo nelle stagioni della terra.
Ma anche nelle stagioni della storia.
Versione originale pubblicata su LinkedIn il 14 marzo 2026.
