È nato un nuovo partito. L’ennesimo, dirà qualcuno.
Ma mentre discutiamo dell’ultima novità politica, l’Italia continua a convivere con un problema che non riesce nemmeno a nominare.
Non è la destra. Non è la sinistra. Non è l’Europa, l’immigrazione, il debito pubblico o il declino dei valori.
Questi sono i sintomi. E li conosciamo bene. Ne parliamo ogni giorno, con una competenza spesso inversamente proporzionale alla voglia di risolverli.
Il problema è un altro.
L’Italia ha smesso di pensarsi nel lungo periodo.
O forse sono trentacinque anni che confonde il futuro con la prossima scadenza.
Per questo è così difficile costruire una visione che sopravviva a chi governa, perché il sistema premia chi vince oggi e dimentica chi costruisce per domani.
Un’infrastruttura energetica richiede anni per essere progettata e realizzata. Una riforma scolastica produce risultati quando i bambini che oggi entrano in prima elementare votano per la prima volta. La produttività di un Paese si costruisce nell’arco di decenni.
I decenni, però, non entrano nei programmi elettorali.
Così si governa per scadenze, non per direzioni.
E la scadenza più vicina è sempre quella che conta.
Ogni anno migliaia di giovani qualificati lasciano l’Italia. Non perché la odino. Non perché sognino necessariamente un’altra bandiera.
Se ne vanno perché altrove qualcuno ha costruito un sistema capace di valorizzarli.
Qualcuno che, dieci o vent’anni fa, ha deciso che investire nella conoscenza, nella ricerca e nell’innovazione non fosse uno slogan da campagna elettorale, ma una strategia nazionale.
Noi, in quegli stessi anni, discutevamo di altro.
E continuiamo a farlo.
È nato un nuovo partito e nei prossimi giorni sentiremo dire che cambierà tutto.
Oppure che non cambierà niente.
Probabilmente entrambe le previsioni sono sbagliate.
E, soprattutto, nessuna delle due è interessante.
La domanda interessante è un’altra.
Esiste qualcuno, in questo partito o in qualsiasi altro, disposto a costruire un programma che abbia ancora senso nel 2040?
Non uno slogan sul futuro.
Un programma, con obiettivi misurabili, scelte difficili e la consapevolezza che alcuni risultati arriveranno quando chi li ha decisi non sarà più al governo.
I Paesi che funzionano — e ne esistono, non è fantascienza — hanno quasi sempre una caratteristica in comune: una classe dirigente capace di distinguere tra l’interesse del partito e quello del Paese.
Persone disposte a pagare un prezzo politico oggi per ottenere un beneficio collettivo domani.
Non eroi.
Non visionari.
Persone normali con un orizzonte temporale più lungo della prossima intervista televisiva.
È una richiesta modesta.
Eppure sembra rivoluzionaria.
Per questo il nuovo partito non mi entusiasma e non mi spaventa.
Mi chiedo soltanto se, in mezzo alla discussione che inevitabilmente seguirà, qualcuno avrà il coraggio di alzare lo sguardo e dirci dove vogliamo essere tra vent’anni.
Perché un Paese non cresce inseguendo le paure del presente.
Cresce quando riesce a immaginare il proprio futuro e trova la volontà di costruirlo.
