Si vede che la primavera avanza
anche qui, sull’altopiano,
ai piedi delle montagne.
Non arriva tutta insieme.
Non si impone.
Entra piano nelle cose,
come fanno certi ricordi
quando tornano senza bussare.
Le piante ormai hanno le foglie.
L’erba cresce veloce,
fitta, viva,
come se la terra avesse ripreso fiato
dopo un inverno troppo lungo.
Le rose hanno messo i primi boccioli,
piccole promesse verdi
ancora chiuse al mondo.
I ciliegi e i susini
portano già i loro frutti giovani,
minuscoli, acerbi,
eppure pieni di futuro.
Anche i tarassachi sono cambiati.
Hanno lasciato andare
i loro fiori gialli,
quei piccoli soli sparsi nei prati.
E adesso le sfere leggere dei semi
si aprono al vento,
si disfano lentamente nell’aria,
come se la primavera stessa
avesse bisogno di spargersi ovunque.
Anche le formiche sono tornate.
Nel loro incessante lavoro
attraversano muri, vasi, sentieri,
spuntano dalle crepe,
si infilano dappertutto
come accade sempre
quando vivi in mezzo alla natura.
Eppure anche loro
dicono qualcosa.
Dicono che la vita
ha ripreso il suo cammino.
Che sotto il silenzio dell’inverno
non si era fermato nulla.
Tutto stava aspettando.
Qui, ai piedi delle montagne,
la primavera non sembra
una semplice stagione.
Sembra un ritorno.
Il mondo ricomincia così:
dalle foglie nuove,
dall’erba alta,
dai semi portati via dal vento,
e da quelle piccole creature ostinate
che continuano a camminare
anche quando nessuno le guarda.