Nel lavoro ho imparato a riconoscere il rumore.
Il rumore delle macchine, dei ferri che vibrano, delle voci che si sovrappongono.
Un suono continuo che riempie le giornate e sembra dare consistenza al tempo.

Per anni ho vissuto dentro quel frastuono.
A volte necessario. A volte eccessivo.

Poi ho scoperto qualcosa di semplice:
dopo tutto quel rumore, il silenzio è bello.

Non è vuoto.
Non è assenza.

È uno spazio che si apre quando le macchine si fermano.
Quando il cantiere si svuota.
Quando resti a guardare ciò che è stato fatto.

In quel momento non servono parole.
Serve concentrazione.

Il silenzio serve a ricordare.

Ricordare le scelte fatte.
Le decisioni prese sotto pressione.
Gli errori evitati o commessi.
Il peso di ciò che resta.

Oggi quel silenzio lo ritrovo altrove.

Quando guardo un tramonto, in silenzio, e rivedo la mia vita.
I passaggi, le svolte, le persone incontrate.
Ciò che ho costruito e ciò che ho lasciato andare.

È solo in quel silenzio, davanti a quel tramonto, che so di essere in pace con me stesso.

Non perché tutto sia stato perfetto.
Ma perché ho attraversato il rumore senza smarrire ciò che conta.

Viviamo in un’epoca che teme il silenzio.
Ogni pausa viene coperta, ogni vuoto riempito.
Ma senza silenzio non c’è profondità.
C’è solo superficie.

Il silenzio non è un’assenza da colmare.
È un contenitore.

È lì che la memoria prende forma.
È lì che ciò che siamo stati non scompare.

Scrivere, per me, è anche questo:
difendere uno spazio di silenzio.
Lasciare che la vita si riveda, si comprenda, si accetti.

Dopo il frastuono, il silenzio non è solo riposo.
È riconciliazione.

Ed è lì che qualcosa, finalmente, trova il suo equilibrio.

 Riflessioni

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