L’Italia ha deciso di riaprire la porta al nucleare.
Il Parlamento ha approvato definitivamente una legge delega che affida al Governo il compito di costruire un nuovo quadro normativo per il nucleare sostenibile.
È una scelta importante. Ma soprattutto è una scelta destinata ad avere conseguenze molto più lunghe della durata di un governo, di una legislatura e probabilmente della vita di chi oggi la sta prendendo.
Ed è proprio questo che mi porta a interrogarmi.
Prima ancora di parlare di centrali, sicurezza, costi o scorie, credo infatti esista una questione democratica che merita di essere affrontata.
Nel 2011 gli italiani furono chiamati a votare sull’abrogazione delle norme che consentivano la produzione di energia elettrica nucleare sul territorio nazionale.
Andò a votare quasi il 55% degli aventi diritto e, tra i voti validi, oltre il 94% si espresse per l’abrogazione.
Era il 2011, quindici anni fa.
Non credo che un referendum debba congelare un Paese per sempre. Sarebbe assurdo pensarlo.
Le società cambiano, le tecnologie evolvono, nascono problemi nuovi e cambiano le condizioni economiche, ambientali e geopolitiche. Una democrazia deve avere la possibilità di riconsiderare le proprie decisioni.
Ma allora nasce una domanda: quando può considerarsi superata una decisione presa direttamente dai cittadini?
Dopo dieci anni?
Dopo quindici?
Dopo trenta?
Non esiste una data di scadenza della volontà popolare.
Ed è proprio questo il punto.
Se le condizioni sono cambiate al punto da giustificare il ritorno a una tecnologia sulla quale gli italiani si erano espressi direttamente, forse il problema non è stabilire se il Parlamento abbia formalmente il potere di farlo.
Il problema è chiedersi quale sia il modo politicamente più corretto di farlo.
Perché una cosa è modificare una legge approvata da una precedente maggioranza parlamentare. Un’altra è tornare su una decisione sulla quale milioni di cittadini furono chiamati direttamente a pronunciarsi.
Questo non significa che quella decisione debba valere eternamente.
Significa, secondo me, che dovrebbe esistere una soglia politica più alta per superarla.
Spiegare che cosa è cambiato, mostrare quali tecnologie vengono proposte, indicare costi, tempi, rischi e benefici.
Spiegare dove potrebbero essere costruiti gli impianti e come verrebbero gestiti i rifiuti radioattivi, e poi, forse, chiedere nuovamente agli italiani che cosa ne pensano.
Perché se il contesto è davvero cambiato, potrebbe essere cambiata anche l’opinione degli italiani.
Ma questo non possiamo deciderlo noi al posto loro.
C’è poi una seconda questione, per me ancora più importante.
L’Italia è un territorio geologicamente complesso e caratterizzato da una pericolosità sismica molto diversa da zona a zona.
Questo non significa affermare che sia impossibile costruire una centrale nucleare sicura in Italia. Sarebbe una conclusione troppo semplice.
La tecnologia nucleare moderna prevede criteri estremamente rigorosi nella scelta dei siti e nella progettazione degli impianti.
Significa però riconoscere che nel nostro Paese la scelta del luogo non sarebbe un dettaglio tecnico. Sarebbe una delle questioni centrali.
E poi abbiamo un passato con cui non abbiamo ancora completamente chiuso i conti.
Le vecchie centrali nucleari italiane sono ferme da decenni e il loro smantellamento non è ancora terminato.
Non abbiamo ancora realizzato il Deposito Nazionale destinato a raccogliere i rifiuti radioattivi.
Ed è difficile non vedere una contraddizione: stiamo discutendo di come ricominciare prima di avere completamente risolto ciò che abbiamo lasciato dalla volta precedente.
Ma anche questo, in fondo, non è ciò che mi preoccupa maggiormente.
Il vero problema è il tempo.
Una centrale nucleare appartiene alla nostra epoca.
Le sue scorie possono appartenere anche a quelle successive.
Noi produciamo l’energia.
Noi utilizziamo quella corrente.
Noi ne riceviamo i vantaggi economici e industriali.
Ma una parte delle responsabilità continua dopo di noi.
Ed è qui che il problema energetico diventa inevitabilmente un problema morale.
Possiamo costruire depositi sicuri, progettare sistemi di controllo, creare istituzioni incaricate di sorvegliarli. Possiamo lasciare documentazione, procedure, conoscenze e risorse economiche.
Ma c’è qualcosa che nessuna tecnologia può progettare: la società che esisterà fra cento, duecento o trecento anni.
Noi immaginiamo istintivamente il futuro come una prosecuzione del presente. Altri governi, altri tecnici, altre istituzioni che continueranno a fare ciò che abbiamo stabilito.
Ma la storia non funziona così.
Trecento anni fa l’Italia come Stato non esisteva. L’Europa aveva confini completamente diversi. Erano diverse le istituzioni, le società, le conoscenze e persino il modo di comunicare.
Perché dovremmo pensare che i prossimi trecento anni saranno più immobili dei trecento precedenti?
Gli Stati possono cambiare, le economie possono entrare in crisi, le istituzioni possono scomparire, le lingue evolvono, le conoscenze possono essere dimenticate, le priorità delle società possono cambiare completamente.
E allora la questione delle scorie assume un significato diverso.
Non riguarda soltanto la capacità tecnica di conservarle.
Riguarda la nostra possibilità di imporre un obbligo al futuro.
Prendiamo oggi una decisione sapendo che qualcuno che non è ancora nato dovrà continuare a gestirne una parte delle conseguenze.
È giusto?
Non credo che la risposta sia semplice.
Perché esiste anche l’argomento opposto, ed è un argomento serio.
Anche non scegliere il nucleare può significare lasciare un’eredità alle generazioni future.
Continuare a utilizzare combustibili fossili significa produrre gas serra, contribuire al cambiamento climatico e trasferire nel futuro le conseguenze delle nostre scelte presenti.
Da questo punto di vista chi sostiene il nucleare può porre una domanda altrettanto legittima: è più irresponsabile lasciare rifiuti radioattivi confinati e controllati oppure continuare ad accumulare nell’atmosfera gas che modificano il clima del pianeta?
Non credo che questa domanda debba essere evitata.
Anzi.
È proprio confrontando le conseguenze delle diverse alternative che dovremmo costruire una politica energetica seria.
Ma il mondo dell’energia non è più quello degli anni Ottanta e nemmeno quello del 2011.
Fotovoltaico, eolico, sistemi di accumulo, reti intelligenti, gestione dei consumi e nuove tecnologie stanno cambiando rapidamente.
Anche il nucleare sta cambiando, con nuovi progetti e tecnologie che promettono maggiore sicurezza, minori dimensioni e una diversa gestione del combustibile.
Nessuna soluzione dovrebbe quindi essere trasformata in una religione.
Né il nucleare, né le rinnovabili.
Dovremmo confrontarle per quello che realmente sono.
Costi reali, tempi reali.
Energia realmente prodotta.
Dipendenza dall’estero.
Materie prime.
Continuità della produzione.
Emissioni.
Rifiuti.
Sicurezza.
E soprattutto durata delle conseguenze, perché forse abbiamo utilizzato per troppo tempo una definizione troppo povera del costo dell’energia.
Il costo non è soltanto quello scritto sulla bolletta. È anche ciò che resta dopo aver prodotto quell’energia.
Ed è qui che, secondo me, le due questioni si incontrano.
Da una parte c’è una generazione che nel 2011 ha espresso una decisione, dall’altra ci sono generazioni che ancora non esistono e che erediteranno le conseguenze delle decisioni che prendiamo oggi.
Nel mezzo ci siamo noi, con il diritto di scegliere il nostro futuro, certamente, ma anche con il dovere di domandarci fin dove arrivi questo diritto.
Perché la democrazia non dovrebbe riguardare soltanto il rapporto tra maggioranza e minoranza.
Dovrebbe riguardare anche il rapporto tra presente e futuro.
Chi verrà dopo di noi non vota, non può partecipare a un referendum, non può protestare, non può dirci che non vuole ricevere ciò che abbiamo deciso di lasciargli.
E proprio per questo abbiamo nei suoi confronti una responsabilità ancora maggiore.
Il futuro non ci appartiene. Lo abbiamo soltanto temporaneamente in custodia.
Forse è questo che dovrebbe guidare ogni grande scelta energetica.
Non domandarci soltanto: «Di quanta energia abbiamo bisogno oggi?»
Ma aggiungere una seconda domanda: «Che cosa dovrà fare domani qualcuno per permetterci di averla oggi?»
Se la risposta comporta responsabilità che attraversano generazioni, allora abbiamo almeno il dovere di fermarci a pensarci molto seriamente.
Perché possiamo lasciare ai nostri figli infrastrutture, conoscenza, energia, tecnologia e possibilità.
Oppure possiamo lasciare loro degli obblighi.
E chiamarli progresso.
